mercoledì 14 novembre 2012


Tipi Tosti

"Il destino è un'invenzione della gente fiacca e rassegnata".
Ignazio Silone


Cosimo Forina, dalla droga alle inchieste sulle ecomafie

Artigiano, per venti anni volontario in un Centro di prima accoglienza accanto ai tossicodipendenti, dal 2003 giornalista pubblicista. Autodidatta.
di Cinzia Ficco
Parlo di Cosimo Forina, nato nel ’58 a Canosa di Puglia e residente a Spinazzola (Bat), che scrive per la Gazzetta del Mezzogiorno – edizione del Nord Barese – come collaboratore da Spinazzola e nove anni fa ha pubblicato “Antonio Storia di un Uomo” con la “Dellisanti Editore”.
Una vita, la sua, spesa per il prossimo e alla ricerca della verità. Tante volte ha ricevuto minacce, aggressioni. Ma lui non molla. Continua ad occuparsi oltreché di cronaca locale, di ambiente, gestione dei rifiuti e fenomeni di criminalità, legati alle ecomafie. Il 21 marzo 2009 ha ricevuto il Premio “Rosario Livatino” all’impegno sociale. Fare l’artigiano, vedremo da questa intervista, non gli basta.

Cosimo, come hai cominciato ad occuparti di tossicodipendenza?

Nel 1986, aiutando i ragazzi ad entrare in Comunità. In particolare nella Comunità Incontro di Don Pierino Gelmini. Ero un volontario. Avevo aperto un dialogo con i ragazzi in piazza, li accompagnavo a fare i colloqui presso la sede della Comunità Incontro di Andria e presso la struttura sanitaria (Got poi trasformati in Sert). Una volta ottenuta la convenzione tra Asl e Comunità, li portavo al centro, che li avrebbe ospitati.
Avevi una certa preparazione o hai improvvisato?
Sono andato ad istinto. Mi sono lasciato guidare dall’esperienza, e, soprattutto, ho condiviso il disagio dei ragazzi. Ho cercato di lavorare molto su di loro, convincendoli a lasciare la droga, senza il supporto di alcun farmaco. Ho fatto tutto, basandomi solo su un principio: la fede nell’uomo, nonostante tutto. Il primo, tra i tanti ragazzi incontrati, è stato Antonio Cicorella, di cui racconto nel mio libro. Con lui, dopo il suo cammino in Comunità, iniziato nel 1987 e conclusosi tre anni dopo, ho fondato a Spinazzola il Centro di prima accoglienza “Casa Michele”. Unico nel suo genere. Venivano accolti ragazzi provenienti dalla strada e ospitati sino all’ingresso in Comunità.
Antonio mi ha lasciato un segno profondo.
Perché?
Era consapevole di essere in Aids conclamato ed ha dedicato sino alla sua morte, avvenuta il 27 settembre 1995 a Casa Michele, tutto se stesso, aiutando altri ragazzi ad entrare in Comunità. Nel nostro centro – una casa in abbandono, un “ex Lazzaretto” alla periferia della città, ottenuto in locazione dal Comune di Spinazzola – in due anni e mezzo di attività, sono stati ospitati 110 ragazzi, che hanno trovato in Antonio il loro riferimento. In quegli anni quasi il 70 per cento dei ragazzi ospiti era sieropositivo ed i farmaci per contrastare l’Hiv non erano ancora efficaci. Tanti, purtroppo, non sono sopravvissuti. Un flagello silenzioso, che ha mietuto vittime più della stessa eroina. Chi, invece, ha concluso il suo cammino si è reinserito a pieno titolo nella società. L’esempio di Antonio ha profondamente segnato quanti sono stati a contatto con lui. Alcuni dei ragazzi, che sono poi riusciti a crearsi una famiglia, hanno scelto di chiamare il loro primo figlio proprio Antonio. In segno di gratitudine verso chi ha generato in loro la speranza del riscatto.
Cosa ti ha lasciato quella esperienza?
La certezza che chiunque, anche da emarginato, se lo vuole, può ritrovare la forza del suo recupero, diventando, come nel caso di Antonio, protagonista della sua vita e di quella degli altri. La droga la si può sconfiggere e ritornare ad essere degli uomini liberi. Anche affrontando la morte.
C’è qualche altra storia che porti con tè?
Oltre all’esempio di Antonio, che considero un maestro di vita, un diacono non consacrato per la sua testimonianza anche di fede. Ogni ragazzo che ho conosciuto ha lasciato in me parte del suo vissuto. Ed è oggi questo il bagaglio che completa la mia esperienza.
Quali sono state le difficoltà maggiori?
La diffidenza iniziale delle persone e delle istituzioni. Chi si occupava di tossicodipendenti in una piccola realtà veniva visto con sospetto. Aprire il centro è stata una provocazione. Tant’è che come presidente dell’associazione, dopo che si è tentato di far chiudere “Casa Michele”, ho anche dovuto subire un processo, in cui sono stato assolto. Avevamo una scelta, chiudere e abbandonare i ragazzi al loro destino o lottare. Abbiamo scelto la seconda soluzione.
Da chi hai avuto supporto?
E’ arrivato dalle persone, che hanno iniziato a credere in quello che stavamo facendo. E la casa in abbandono, da ex luogo di disperazione e morte, all’improvviso si è trasformata in un luogo caldo ed accogliente, di speranze e vita.
Chi ti ha deluso?
Chi non ha compreso quello che stava succedendo tra quelle mura. L’atto di amore di un Uomo, Antonio, che, consapevole di dover morire, ha abbracciato il destino degli altri, portandolo sino ai confini della speranza, sino ai confini della vita.
Poi perché hai chiuso con questa esperienza?
Dopo la morte di Antonio e di altri ragazzi non ho avuto la forza di proseguire. Per anni ho sperimentato come vincere la droga, tentando di dare dignità alla vita. Non sono stato capace di affrontare la morte di quei ragazzi che, spesso abbandonati da tutti nei reparti infettivi, avevano solo me come ultimo riferimento per le loro pur piccole necessità.
Perché ci si droga? Dopo venti anni ti sarai fatto un’idea!
Non è la droga che rovina la persona, ma una vita rovinata, che approda alla sostanza. Le motivazioni possono essere tante. Quando queste, in personalità fragili, vengono delegate ad una sostanza, significa che c’è qualcosa che non va. E la droga arriva come acqua sul bagnato. La droga, secondo tanti, è inizialmente un grande piacere. Ma il suo prezzo è troppo alto, che distrugge tutto: affetti, sentimenti, legami, amicizie, amore. Per questo non vale la pena sperimentare nessuna droga. Chi fa uso di droghe cosiddette leggere non è detto che finisca con usare quelle pesanti. Ma chi è approdato a queste, è partito proprio da quelle leggere, magari semplicemente da uno spinello.
Chi fa più facilmente ricorso alla droga?
Nel passato, quando a prevalere era chi faceva uso di eroina, facilmente individuabile, a prevalere erano gli uomini. Ma erano tante anche le ragazze, che riuscivano a procurarsi la sostanza con la prostituzione. Oggi sembra non esserci questa distinzione. Le droghe, specie tra i giovani e giovanissimi, sono diventate di uso comune. Dall’eroina si è passati alla cocaina o ad altre sostanze, alcool, e nessuno più accetta apertamente la propria condizione di tossicodipendente. Invece, non è così. La dipendenza è diventata ancora più subdola ed a essere rovinato è un numero sempre più crescente di ragazzi. Quando parlo di dipendenze parlo anche di quelle dal gioco e da altre forme di patologia.
Sono più i ragazzi provenienti da famiglie benestanti?
Non c’è distinzione. Un tempo si pensava che drogarsi fosse legato al ceto abbiente. Poi l’infezione si è diffusa in ogni parte della società, colpendo tutti, dai figli degli operai a quelli dei notabili, senza distinzione di sorte e la dipendenza si è diffusa in tutte le sue forme.
Qual è la giusta terapia?
Dare tempo, dedizione, esempio e amore. Attraverso saldi principi, insegnando a riempire di senso la propria vita. A chi ha smarrito il sentiero dell’esistenza bisogna insegnare che non si può avere tutto e subito. E che è sbagliato concepire il divertimento come un unico assoluto. La vita è anche sacrificio, dolore, pianto, capacità di affrontare il cammino in ogni sua parte.
La via della legalizzazione potrebbe essere quella giusta?
No. Non credo che liberalizzare le droghe, sia leggere che pesanti, rappresenti la soluzione. Come già detto, chi cerca la sostanza è chi delega ad altri il desiderio del proprio benessere. Sconfiggere la droga significa dare senso alla vita. Per combattere la cultura dello sballo è importante affermare che si può condividere gioia e divertimento con gli altri, anche restando lucidi e se stessi. Accettando i propri limiti, senza rinunciare a nuove ambizioni.
Cosimo, dal 2003, sei anche un giornalista. Uno con la schiena dritta. Che per il suo lavoro ha avuto tante minacce. E’ così? Su cosa sei impegnato in questo momento?

Avere la schiena dritta significa semplicemente mantenere la propria coerenza, non accettando compromessi. Quindi fare semplicemente il proprio dovere. Mi occupo e mi sono occupato di ambiente, ciclo dei rifiuti, energie alternative, in particolare del flagello del territorio con le torri eoliche e i pannelli fotovoltaici e dell’influenza della mafia in questi settori, ma anche del connubio tra politica e affari. Non ti nascondo che non è facile fare questo mestiere quando c’è gente che non trova il coraggio di reagire, magari verificando in modo diretto le informazioni. Spesso si preferisce girare la testa dall’altra parte, pensando che quello che avviene, non ci appartenga.
Da chi hai avuto maggiore solidarietà?
Da pochissimi. Quando si tenta di delegittimare un giornalista per quello che scrive gli si fa terra bruciata intorno. Poi si passa a cercare di renderlo non credibile, magari deridendolo. Non ti fanno mancare niente. Mi arrivano valanghe di lettere anonime, querele di sbarramento e qualche aggressione. E la solidarietà, tranne quella di rito, nasce e muore con la stessa velocità della vita delle farfalle.
Come reagiscono i tuoi colleghi pugliesi alle tue inchieste?
Credo che diversi abbiano approfondito gli argomenti da me trattati. Con tutti ho ottimi rapporti, dando il massimo della disponibilità nello scambio delle informazioni. Non ho mai rincorso lo scoop. Ho solo raccontato quello che mi capitava di vedere, cercando di trovare riscontro nella lettura anche di centinaia di documenti. Questo, per chi mi conosce, è cosa nota.
Hai una vita piena. Fai anche l’artigiano!
Svolgo la mia attività dal 1986. I miei manufatti sono realizzati con una antica ed esclusiva tecnica artigianale. Utilizzo elementi naturali, incastonati nella pelle, tinteggiata a mano. Mi ispiro solo alla Natura. Produco Set da scrivania, agende, rubriche, complementi per la scrittura, diari, album fotografici, utilizzando come elemento decorativo vere foglie di quercia, spighe di grano, foglie e ramoscelli di ulivo, elementi riconducibili al Parco Nazionale dell’Alta Murgia. La mia terra.


Ma dove trovi il tempo per fare tante attività?
Qualche notte in bianco per scrivere non è poi spesa così male.
Ma non sarebbe meglio fare solo l’artigiano?
Me lo chiedo e chiedono spesso. Ma vivere pienamente non significa solo respirare. Scrivere e raccontare il luogo in cui si vive, in tutte le sfaccettature, è una gran brutta e, nello stesso tempo, bella malattia. Credo inguaribile. Come l’emozione che viene dal risultato della propria capacità manuale, unita alla tecnica acquisita in anni di esperienza. Tutto sommato a pensarci bene i miei due lavori si equivalgono. Come artigiano, manipolo la materia. Come giornalista, uso le parole. Tutti e due i mestieri riservano particolari soddisfazioni.
E la tua vita privata?
E’ appagata dalle persone a me care e dal loro sorriso.
Ma ne vale davvero la pena?
Quando sono in piena crisi, spesso, mi ripeto che no, forse non vale la pena. Ma poi ti guardi intorno e ti accorgi che quello che hai raccontato è servito a fare da arginare a molto, più di quello che ti aspettavi. Non si può rimanere con le mani in mano di fronte ai predoni del territorio, della salute della gente, del bene comune. Ed allora ti ripeti che sì, è valsa la pena scrivere tutto, senza tralasciare nulla, facendo rigorosamente i nomi ed i cognomi.
Ti senti un tipo tosto?
Credo proprio di no. Mi ritengo una persona normale, che tenta di fare solo la sua parte sino in fondo. Da una piccola città non puoi permetterti di romanzare la cronaca. Devi raccontarla e basta. La soddisfazione, se così posso dire, è quella di sapere che da una tua inchiesta giornalistica è poi scaturita una indagine giudiziaria o qualche interrogazione parlamentare bipartisan. Ma per questo non ti chiamo nei talk show televisivi come avviene per noti giornalisti strapagati, che romanzano gli atti dei Tribunali. Per i piccoli artigiani della parola come me il salario non cambia: 6,80euro a pezzo lordi, minacce e querele, tutto incluso.




lunedì 5 novembre 2012

MALEDETTAMENTE TUTTO VERO
Lettera aperta di Carlo Vulpio pubblicata il 5 novembre 2012 dal Giornale con il titolo: “Vi svelo le manovre della lobby di Casaleggio”
Grillo, Di Pietro, Travaglio e De Magistris: ecco tutti i volti della cerchia.
L’sms di Giggino a Travaglio: “Vulpio contro Santoro, io mi dissocio”

Caro direttore,
era il 5 maggio 2009 e io – candidato indipendente con l’IdV al Parlamento europeo – rilasciai al Giornale un’intervista in cui affermavo letteralmente che l’Idv era un partito pieno di banditi, che andavano cacciati a pedate.
Nota bene: lo dicevo il 5 maggio, cioè «prima» del voto (6 e 7 giugno), consapevole di farmi molti nemici non soltanto all’interno del partito con cui mi ero candidato, ma anche in tutta l’area (stampa, magistratura, associazioni) a esso «collaterale», in alcuni casi in buona fede, in molti altri no.
Il giorno della pubblicazione di quella intervista, ecco, puntuale, la telefonata. Non di Di Pietro, ma di Grillo. Di Pietro mi chiamò, lamentandosi della «inopportunità» delle mie parole, ma lo fece subito dopo il comico genovese. Grillo mi disse che non avrei dovuto parlare di quegli argomenti, men che meno con il Giornale.
Ovviamente, come sa chi mi conosce un po’, né Grillo né Di Pietro mi impressionarono più di tanto. Anzi, diciamo che non mi fu difficile zittirli, portando esempi concreti di «banditismo dei Valori» che i due conoscevano benissimo e che dimostravano quanto fosse fondata la mia denuncia del doppiopesismo e dell’ipocrisia sui quali essi lucravano moralmente, politicamente ed elettoralmente.
Non ce n’era bisogno – poiché la mia stroncatura elettorale era stata decisa fin dall’inizio dalla premiata ditta Casaleggio (che gestiva contemporaneamente forma e contenuti del blog di Grillo, di Di Pietro e dell’Idv) – ma così facendo firmai la mia condanna. Non solo non fui eletto per un paio di centinaia di voti, ma al momento delle «opzioni» il duo Alfano Sonia-De Magistris Luigi, obbedendo al diktat del padrone, scelse in maniera tale da tenermi fuori, così da far scattare il candidato sardo Uggias (sì, uno dei Batman dell’Idv, oggi indagato per peculato), noto anche per essere il difensore del fotografo Zappadu (quello delle foto rubate degli ospiti di Berlusconi a Villa Certosa).
Questo non è un racconto «vendicativo» di una persona «tradita». Avrebbe potuto esserlo, se avessi detto queste cose solo oggi. Invece le ho dette «prima», addirittura durante la campagna elettorale (nessun «matto» ha fatto una cosa del genere dalle elezioni del 1948 a oggi) e non una volta soltanto.
Il 7 maggio 2009, per esempio, a Ferrara mi capitò una cosa simile e ancor più singolare. Parlavo di libertà di stampa e con me c’erano De Magistris e Nanni (sì, l’altro Batman dell’Idv dell’Emilia Romagna, anch’egli indagato per peculato). Mi permisi di criticare Santoro e le finte battaglie dei «paladini» della libera informazione. Nanni si agitava sulla seggiola, De Magistris addirittura insorse. Io lo mandai al diavolo. Lui si giustificò così: «È che poi Di Pietro, Grillo e Travaglio chiamano me e rompono le palle a me per le cose che dici tu!». Incredibile, De Magistris mi stava dicendo che lo avevano messo a fare il mio cane da guardia. Due giorni dopo, a Pescara, incontrai Travaglio e gliene chiesi conto. Messo alle strette, Travaglio mi mostrò un sms sul suo cellulare: era De Magistris che lo avvertiva: «Vulpio sta attaccando Santoro, ma io mi sono dissociato». Potrei continuare. Su Vendola, per esempio, del quale Grillo, Di Pietro e De Magistris sono diventati alleati nonostante ne conoscessero le imprese di malgoverno. Ma credo che possa bastare, per ora. Altrimenti il Giano bifronte Grillo/Casaleggio potrebbe rilanciare: Di Pietro non più al Quirinale, ma direttamente al vertice dell’Onu.

Aggiornamento
LA REAZIONE INSINCERA HA LE GAMBE CORTE, I SOTTERFUGI E LE FURBATE PURE
Dopo la pubblicazione della lettera aperta di Carlo Vulpio su “Il giornale” l’on. Sonia Alfano ha scritto risentita un post sul suo blog: "Perché Carlo Vulpio non è eurodeputato" (http://www.soniaalfano.it/2012/11/05/perche-carlo-vulpio-non-e-eurodeputato/), ricevendo immediatamente un mio intervento tra i commenti che però è stato bloccato (Your comment is awaiting moderation. 5 novembre 2012 at 20:49). Certo di fare cosa gradita lo riporto qui aspettando di poter ospitare tra i commenti quello di Sonia Alfano o dei suoi adepti.

Cara Sonia Alfano (mi permetterai ancora il tono gentile e confidenziale, vero?), ho ricevuto sul mio profilo Facebook, dopo aver postato la lettera di Carlo Vulpio pubblicata oggi da “Il Giornale”, il tuo commento risentito che mira essenzialmente a smentire Carlo sulla questione delle “opzioni”.
Sono rimasto in silenzio in questi anni perché l’esperienza della campagna elettorale delle Europee resta per me un ricordo spiacevole, considerati gli sforzi protesi a far si che voi tre, insieme, così come eravate partiti, da indipendenti – e cioè tu, Carlo e Luigi De Magistris - poteste giungere, ognuno per ciò che rappresentava, al Parlamento Europeo: lotta contro tutte le mafie, per una giusta giustizia, in difesa della libertà di stampa. Quest’ultimo tema rappresentato in modo particolare da Carlo, con tutte le vicende che lo hanno costretto al bavaglio, in serio pericolo per la sua incolumità e libertà personale.
La sua mancata elezione non è stato un incidente di percorso e tu lo sai benissimo.
Contrariamente al vostro suffragio, sorretto dagli apparati dell’Idv e da Grillo, i voti, pur tanti ma non sufficienti, raccolti da Carlo sono stati solo frutto di un lavoro senza risparmio e di un consenso vero che si è manifestato attraverso: giovani, uomini e le donne che hanno scelto di sentirsi non estranei alla “rivolta dei buoni”. Principio che con slancio generoso è stato proposto in tutta Italia da Carlo Vulpio.
Ma torniamo alle opzioni (anche se tu eludi l’altro tema, il lavorìo alle spalle di Carlo e contro di lui, appena Carlo si azzardava a dire le cose come stanno, si trattasse di criticare Santoro oppure i professionisti dell’antimafia, o a esprimersi per la separazione delle carriere dei magistrati ecc.).
Quasi a voler giustificare te stessa, tu elenchi circoscrizione per circoscrizione il risultato del voto e quello degli eletti facendo intendere che Carlo Vulpio sarebbe stato fuori gioco. Invece non è così. La mattina in cui tu dovevi scegliere per quale circoscrizione optare, tra me e te ci sono state diverse telefonate, nonostante io fossi nei pressi di un ospedale, in attesa che una persona a me cara entrasse in sala operatoria. Motivo delle conversazioni l’invito a non optare per il Nord-Ovest (cosa che invece tu hai fatto) perché tra il primo dei non eletti, Louvin (della lista Lib. Dem. Aut. Della Val d’Aosta, apparentata con IDV), e Carlo si era raggiunto un accordo. In base al quale loro due si sarebbero alternati nel mandato europeo, proprio per non far venire meno le ragioni della loro candidatura. Ma ciò che taglia davvero la testa al toro, e dimostra che ciò che sto sostenendo è la verità, è la notizia (lanciata dalle agenzie di stampa appena chiuse le urne) delle opzioni fatte da te e da De Magistris con una fretta da rapina in banca, senza parlarne con nessuno, eccetto che con il vostro “padrone” (perché io me lo ricordo ciò che dicesti a Carlo in mia presenza: “Abbiamo (abbiamo, cioè tu e De Magistris) promesso a Di Pietro che sulle opzioni avremmo fatto come diceva lui”.
Ulteriore conferma viene da questo articolo sulla Nuova Sardegna, http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2009/06/10/news/uggias-ce-la-fa-di-pietro-e-stato-di-parola-1.3314131 in cui il sardo Uggias parla della promessa fattegli da Di Pietro, con l’accordo tuo e di De Magistris del seggio a Strasburgo.
Quindi, cara Sonia, le cose, piaccia o no a te e ai tuoi sostenitori, sono andate così.
Tu dici di esserti spesa per Carlo Vulpio ma voglio ricordare che in quanto a lealtà nei tuoi confronti e verso Luigi De Magistris, Carlo è andato oltre quello che un candidato proteso a raggiungere uno scranno doveva fare.
Un esempio per tutti: il professor Vattimo più volte ha insistito di poter fare, proprio nel Nord-Ovest, l’apparentamento con Carlo, rifiutato da lui per non tradire la scelta della “terna”, l’unione con te e De Magistris. Ma poi tu sai bene di cosa sta parlando Carlo, sai bene dei manifesti (mt 6 x 3) che vi ritraevano con Di Pietro stampati e poi mai diffusi e di tutti i boicottaggi innescati a danno di Carlo: il suo nome cancellato, le sue foto oscurate, i video censurati. Solo perché tu eri presente - a cominciare da Bari, nel Kursaal Santa Lucia -, Carlo ha iniziato a fare nomi e cognomi dei furbetti arroccati dentro l’Idv come banda degli onesti.
Questo è quanto dovevo dirti. Carlo Vulpio piaccia o no ha scritto verità. Scomoda, come è sempre stato lui, ma scomodo nei confronti di chi, non vivendo di coerenza, ha interpretato la propria vita come opportunità e furbizia.
Cosimo Forina





sabato 27 ottobre 2012



LA STORIA A DUE PASSI
L’altopiano scenario strategico

TEATRO DELLA GUERRA FREDDA
La crisi fu innescata dal lancio dello Sputnik, dallo sciagurato e disastroso sbarco degli esuli cubani, addestrati dalla Cia, nella Baia dei Porci
MURGIA,MEZZO SECOLO FA SFIORATA L’APOCALISSE
Missili nucleari “Jupiter” istallazioni smantellate dopo la crisi di Cuba
di Cosimo Forina
Spinazzola- Il 25 ottobre 1962 nel Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite (New Yorh) il rappresentante degli Stati Uniti rivolgendosi all’ambasciatore dell’Urss chiedeva di affermare se corrispondesse a vero che l’Unione Sovietica stava istallando missili a media e lunga gittata a Cuba. Fu l’inizio della grande crisi che portò ad un passo dall’apocalisse, la terza guerra mondiale. Esattamente cinquanta anni fa a rischiare di essere annientate a pari degli Stati satelliti dell’Unione Sovietica: la Puglia. A partire da: Gioia del Colle, Spinazzola, Gravina, Acquaviva delle Fonti, Altamura, Laterza, Mottola e in Basilicata: Irsina, Matera. Perché nelle campagne aride e desolate di queste città, poco popolate e all’insaputa degli abitanti che pur con grande dignità vivevano di stenti, per lo più braccianti, sin dal 1959 furono istallate dagli americani basi missilistiche dotate ognuna di tre Jupiter con testate nucleari puntati contro l’Urss. Ognuna delle quali cento volte più potenti delle bombe sganciate in Giappone su Hiroshima e Nagasaki. Una potenza distruttiva, quelle delle bombe H paragonabile a 50 milioni di tonnellate di tritolo. La scelta di piazzare le basi sulla Murgia arrivò nel 1958 dopo una trattativa tra il Governo americano e quello italiano guidato da Amintore Fanfani, anche se a siglare poi l’accordo fu l’anno successivo Antonio Segni. La terra di Murgia diventa luogo di offesa e difesa nel più pavido momento della guerra fredda tra le due superpotenze mondiali. Il perché di quelle basi è presto detto. Tutto era partito con il lancio e messa in orbita da parte dell’Unione Sovietica il 4 ottobre 1957 del primo satellite artificiale Sputnik (in russo Cпутник) che destò grande scalpore nel mondo. Gli americani scoprono con gli alleati del Patto Atlantico di essere attraverso l’uso di vettori intercontinentali quindi vulnerabili, a rischio, e corrono ai ripari con la istallazioni di propri missili a media gittata, 2500 chilometri, affidandoli alla 36° Aereobricata di Gioia del Colle. Parte la corsa all’armamento atomico. Questo l’episodio da cui scaturì il rischio concreto dell’uso di quelle ami distruttive. Il 17 aprile del 1961 John Kennedy autorizza lo sbarco nella Baia dei Porci ad esuli cubani addestrati dalla Cia per rovesciare il regime di Fidel Castro suscitando l’ira Nikita Kruscev il quale di 18 ottobre minaccia l’intervento militare. Le basi italiane vengono allertate. Tutto lo scenario murgiano che ospita le basi è soggetto a spionaggio tanto che ad Acquaviva delle Fonti cade un aereo “Mig” bulgaro e il pilota arrestato e rinchiuso nel carcere di Bari sino a quando sarà giustificata la sua presenza nel cielo italiano per un errore di rotta. Spionaggio da ambo le parti. Gli aerei americani scoprono che i sovietici a loro volta stavano trasportando missili nucleari a Cuba da puntare contro gli Stati Uniti. Il 22 ottobre del 1962 Kennedy annuncia la presenza di quegli armamenti e ordina un blocco navale nei confronti dell’isola. E’ il momento cruciale della crisi. Se le navi sovietiche avessero continuato la loro rotta immediata e distruttiva sarebbe stata la reazione con l’uso degli armamenti atomici. Fu proprio Amintore Fanfani a proporre la risoluzione della crisi offrendola a Kennedy: “gli americani si impegnavano a smantellare le basi della Murgia ed i russi a non istallare le proprie a Cuba”. La proposta accolta da Kennedy venne trasmessa a Kruscev, mentre il mondo si preparò al peggio perché le navi russe erano ormai prossime alla zona di interdizione dell’embargo. A peggiorare la situazione il 28 ottobre viene abbattuto un aereo americano. Nelle basi missilistiche della Murgia viene dato l’allarme rosso, quello che precedete il lancio. Ad intervenire anche papa Giovanni XXIII che richiama con la sua enciclica alla pace tra gli uomini. Sono le ultime e interminabili ore in attesa della decisione dei sovietici quella di accettare o meno la proposta americana. La terra di Murgia e quella della Basilicata si unisce in una grande manifestazione a Matera contro la guerra e per la pace. Ed in quella piazza rimbalzerà liberatoria la notizia che le navi sovietiche non avevano forzato il blocco, cambiando rotta, facendo ritorno con il loro potenziale bellico verso l’Urss. Le basi della Murgia così come montate furono smantellate e tutto è rimasto segretato sino a che i documenti americani non sono poi stati resi noti circa una decina di anni fa. Dopo cinquant’anni, della Murgia fronte di guerra, quando il mondo fu ad un passo dalla sua distruzione, questa storia contemporanea non è ancora presente nella sua drammaticità in nessuno dei libri scolastici.
Sulla storia degli Jupiter in Puglia è stato realizzato un film documentario "“Murge il fronte della guerra fredda” che presto sarà trasmesso dalla Rai.
Le scuole che vogliono organizzare un incontro con il regista del documentario Fabbrizio Galatea possono rivolgersi alla
Zenit Arti Audiovisive
Strada del Fortino 26
10152 Torino Italy
Tel. +39.011.5217964
Fax +39.011.4369765
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martedì 9 ottobre 2012



“Erio Silenziosi” La mia vita a Corleone
Il racconto di Angelo Jannone
Cosimo Forina
“Sono stato capitano a Corleone ed ho scritto un libro che racconta anche di quella esperienza. Sono rimasto colpito dalla sua frase “volevo riappropriarmi della mia vita”. Io non sono in servizio da anni e da tempo vorrei scrivere un libro sui “figli dei mafiosi” e sulle loro difficoltà di smarcarsi e di vivere una vita vera senza pregiudizi. Aggiungo, se mi permette, che lei dovrebbe comunque rinnegare non suo padre (io esprimo comprensione per i sentimenti familiari) ma dovrebbe rinnegare il fenomeno mafioso e ovviamente dovrebbe rinnegare anche le scelte di suo padre ed invitare gli altri a farlo”.
Questo uno dei passaggi che la Gazzetta pubblica in esclusiva della conversazione intercorsa su facebook tra Angelo Jannone, ex colonnello dei Ros, e Giuseppe Salvatore Riina. Jannone originario di Andria ha appena pubblicato “Eroi Silenziosi”, edito da Datanews, mentre Giuseppe Salvatore Riina si appresta, con la Aliberti, a pubblicare un suo libro, stessa casa editrice che sta per diffondere altro tomo "contro" il capitano Ultimo che arrestò Salvatore Riina.
Il nome e il volto di Angelo Jannone, che nel 2003 ha lasciato l’Arma, oggi libero professionista e saggista, è diventato ai più noto dopo che a parlarne è stato tanto il Corriere della Sera, che ha svelato attraverso l’articolo di Carlo Vulpio il contenuto del romanzo autobiografico di un ex carabiniere sulle vicende più scottanti della lotta al crimine organizzato, che per la partecipazione dello stesso Jannone alla trasmissione televisiva “Se stasera sono qui” de La7 andata in onda il 19 settembre (http://www.la7.it/sestaserasonoqui/pvideo-stream?id=594614). Le sue esternazioni nel monologo “Buoni e Cattivi” hanno riacceso il dibattito sulla visione dell’etica e della giustizia. Nel suo libro Jannone narra fatti veri, vissuti da investigatore. Lui non appartiene alla figure ospiti fisse dei media, professionisti dell’antimafia che siedono nei salotti televisivi a suon di lauti compensi. L’ex colonnello ha scelto il confronto con i cittadini continuando a vivere il suo quotidiano, portando come testimonianza la sua esperienza. Anche quando racconta l’operazione che portò all’arresto di numerosi narcotrafficanti dove da infiltrato rischiò la sua incolumità. Ma con vigore sostiene la correttezza nel loro operato di ufficiali come Giuseppe De Donno, Mauro Obinu e Sergio De Caprio (meglio noto come il «capitano Ultimo»), pietre miliari dei Ros (Raggruppamento operativo speciale dell'Arma) sorto dal vecchio Nucleo antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ereditato dal colonnello Mario Mori. Quest’ultimo, come altri, costretto a difendersi perché accusato da chi appare presunto bugiardo e falsificatore di documenti, come Massimo Ciancimino (figlio del mafioso Vito Ciancimino). Un mondo all’incontrario quello della giustizia in Italia dove alcuni servitori dello Stato, non allineati, oggi siedono sui banchi degli imputati. Angelo Jannone lo sottolinea da chi appartiene a quell’Italia che non si è mai piegata e non ha mai aperto trattative con la mafia: “nell’era della comunicazione e dell’informazione, queste azioni vengono accompagnate da un’opera di ricerca di consenso sociale, attraverso convegni, associazioni, giornalisti e scrittori, per poter far apparire come “cattivi” coloro che vanno “colpiti”. Tra le sue preziose azioni la collaborazione nel 1989 dal suo comando di Corleone con Giovanni Falcone. Anche in quella inchiesta mafia-appalti poi stranamente e in tutta fretta archiviata a Ferragosto del ‘92 dopo la morte di Paolo Borsellino nella strage di via D’Amelio. A chi gli chiede il perché, come durante la trasmissione de La7, difende con passione Mori, Ganzer e altri ufficiali inquisiti, risponde: “si sono accentuati approcci ideologici al mestiere di magistrato. Per cui il procedimento penale viene interpretato come una clava con cui perseguire chi viene ritenuto al di fuori del proprio sistema di valori da parte di questi pezzi della magistratura”. Poi conclude: “Se difendo il Generale Mori, lo faccio perché il suo caso rappresenta il simbolo di un modo becero e sbagliato di fare giustizia. Il Generale Mori non mi ha mai dato nulla se non la sua stima di comandante. Quando è diventato direttore del Servizio Segreto non mi ha portato al suo seguito, eppure ci sarei andato volentieri. Quindi in comune abbiamo solo uno stesso modo di intendere l’impegno sociale del carabiniere o del poliziotto. Ma come difendo lui difenderei qualsiasi appartenente alle forze dell’ordine, compresi gli agenti di custodia a cui spesso sono garantiti meno diritti dei criminali veri detenuti. Lo difenderei se fosse coinvolto in un procedimento penale assurdo ed infondato, solo perché non ha scelto di vivere la vita al riparo da responsabilità”.

sabato 29 settembre 2012


TRASPORTI E PARADOSSI

IL CASO “BARLETTA-SPINAZZOLA”
SEMPRE PIÙ PULLMAN
Dopo il nubifragio tra Canosa e Barletta, e la
frana vicino a Canne, anche le sei corse di
Treni da quindici giorni sono stati sostituiti
IL SISTEMA INTEGRATO
Trenitalia taglia i convogli mentre le università
studiano invece “il sistema integrato ed
interconnesso definito dalla rete ferroviaria”
Et voilà, ecco a voi la “ferrovia senza binari”
Si moltiplicano i bus,ormai solo gli studiosi si occupano dei binari

di Cosimo Forina
Spinazzola-Quando si dicono le contraddizioni all’italiana, quelle su cui a riderci sopra non si fa peccato per non piangerci. Torniamo a parlare della tratta ferroviaria Barletta- Spinazzola.
Nei giorni scorsi si è conclusa l’esperienza della Summer School Open City, una iniziativa promossa in collaborazione con il Politecnico di Bari, l’Università della Basilicata, l’Università “Federico II” di Napoli, l’Universidad Politècnica di Valencia ed il Centro Educazione Ambientale di Bisceglie che rientra nell’ambito del processo di elaborazione del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale. Tema: Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, quest’anno denominato “Muovendosi verso la giusta direzione”. Oggetto dello studio: “il sistema integrato ed interconnesso definito dalla rete ferroviaria Barletta-Spinazzola, quale spina dorsale infrastrutturale, parallela al tracciato del fiume Ofanto nell’Ambito paesaggistico della Valle dell’Ofanto, insieme al grande patrimonio edilizio ed ambientale legato alla tratta ferroviaria ed ai beni ambientali quali il Parco Nazionale dell’Alta Murgia, il Parco regionale del Fiume Ofanto, la foce dell’Ofanto o le Saline di Margherita di Savoia”.
Ci vengono a studiare anche da oltre Alpi? Ecco la delusione. L’assessore Giuseppe Blasi di Spinazzola scrive: “oggi ho inviato d'intesa con il Sindaco di Canosa e Minervino un telegramma all'assessorato ai trasporti della Regione Puglia per richiedere un incontro urgente perché, dopo il nubifragio tra Canosa e Barletta che ha causato una frana vicino a Canne della Battaglia , anche le sei corse di treni da quindici giorni sono stati sostituiti con i pullman. A metà del mese ho chiamato la responsabile dell'ufficio trasporti della Regione Puglia per avere spiegazioni in merito, la quale ha affermato che da Trenitalia non aveva avuto nessuna comunicazione della sostituzione delle corse dei treni e che ci avrebbe informato dell'accaduto. Ad oggi nessuna notizia. Inoltre domani partirà una nota del Sindaco che al di là degli accordi di ipotesi di razionalizzazione del percorso dei bus sostitutivi avvenuto alla Regione in data 22 giugno, chiederà che con il percorso nuovo non si perda la fermata di piazza Plebiscito”.
Mentre, quasi fosse una concessione straordinaria l’assessore Blasi e sindaco Di Tullio cercano di strappare una fermata in più del pullman anche in paese, la domanda d’obbligo è altra: “possibile che la tratta Barletta-Spinazzola oggetto di cotanto studio è completamente chiusa e in Regione nessuno sa nulla?
Questo hanno scritto a Guglielmo Minervini assessore regionale alle infrastrutture strategiche e mobilità i primi cittadini: “I sottoscritti Ernesto La Salvia, Nicola Di Tullio, Rino Superbo, rispettivamente sindaci dei comuni di Canosa di Puglia, Spinazzola, Minervino Murge, considerata l'assenza di informazioni e comunicazioni da parte di Trenitalia, tenuto conto delle molteplici difficoltà affrontate giornalmente dai pendolari per l'interruzione della linea Barletta – Spinazzola chiedono un incontro urgente anche per la definizione e razionalizzazione del percorso di bus sostitutivi”. Non sappiamo con quale carico di sapere i partecipanti dell’esperienza della Summer School Open City siano ripartiti. E’ probabile che nei giorni di permanenza dei 60 ricercatori non siano mancati momenti di convivialità. Ma questa barzelletta sulla tratta Barletta-Spinazzola: la ferrovia dei binari senza i treni, siamo certi non è stata probabilmente, forse per pudore, raccontata da nessuno.

lunedì 10 settembre 2012

BENI CULTURALI
Riemerge uno scempio
REPERTI ESPORTATI AD ALTAMURA
Molte testimonianza dei siti sono state raccolte da un appassionato e consegnate alle autorità che, però le hanno avviate ad Altamura
CHE FARE?
Gli episodi rilanciano la necessità di realizzare un museo cittadino che possa conservare un patrimonio sempre più considerevole.
La strada che cancellò la storia
Spinazzola, numerosi i siti archeologici coperti con l’asfalto della Regionale 6
Il danno e la beffa:Passato distrutto e opera incompiuta




di Cosimo Forina
Spinazzola - In molti si lamentano perché a distanza di anni l’ex «R6» ora «SP3» è ancora un’opera incompiuta. Il motivo che ha portato alla non possibilità di procedere alla sua ultimazione è stato quello della presenza in agro di Minervino Murge di un sito archeologico dell’Età del Rame di estremo interesse. Ma in quanti sanno che per costruire questa strada che collega Spinazzola, Minervino e Canosa sino all’ingresso dell’autostrada molte altre aree di pari importanza, nel territorio di Spinazzola, sono state sistematicamente distrutte?


L’arteria è di certo di estremo rilievo, necessaria per far uscire le città dell’entroterra della Murgia dal loro isolamento, specie se questo significa dopo la chiusura dei nosocomi di Spinazzola e Minervino poter raggiungere un presidio ospedaliero in tempi decenti e non solo. Maggiore viabilità significa anche arrivo di gente, scambi e nuova vitalità. Solo da qualche giorno abbiamo ricevuto alcune fotografie che ci hanno colto di sorpresa. Si riferiscono ai lavori del tratto della «R6» sul territorio di Spinazzola. Sono la documentazione provante che da questo versante non ci si è fatto scrupolo nel passare sulla storia, coprirla e distruggerla, così come modificare con enormi sbancamenti la morfologia dei luoghi. Un vero scempio sottaciuto per anni, oltre venti, se pur in minima parte evitato. Solo perché qualche cittadino ha avuto il buon senso di segnalare i siti e i reperti archeologici alla Soprintendenza dando l’allarme. Ma questo a differenza di quel che è successo a Minervino, a Spinazzola, non ha portato al fermo dei lavori e tanto meno all’imposizione di vincolo. Ci si è limitati, inspiegabilmente all’epoca, alla raccolta dei reperti che ora fanno bella mostra nel Museo Nazionale di Altamura. E già, perché a Spinazzola in assenza di un museo tutto viene portato via, scippato, con la conseguenza che non si può dare piena e compiuta identità storica alla città. Una sorta di maledizione. Li dove gli altri esaltano il loro patrimonio, qui, invece, nonostante la presenza di siti che testimoniano in modo certo la presenza dell’uomo in forma stanziale da ben diecimila anni, tutto diventa marginale, insignificante. Chi ha consegnato le foto alla “Gazzetta” ha anche raccontato: «appena mi sono accorto di quello che stava emergendo ho subito avvisato la responsabile della Soprintendenza. A lei ho consegnato anche altri reperti che mi era capitato di raccogliere, perché in superficie, in aree limitrofe a quelle dove stavano facendo gli sbancamenti. Come il fossile della zanna». «L’unica mia soddisfazione - conclude - è stata quella di rivedere nel museo di Altamura, dopo qualche anno, quello che io avevo trovato occasionalmente in cocci, ricostruito in una teca. Poi i lavori sono proseguiti, senza nessun impedimento».

Per posare l’asfalto hanno spazzato via grotte di estrema bellezza, forse anche più significative di quelle di “Grottelline” dove è venuto alla luce un sito del Neolitico datato VI millennio a.C. dall’Università di Pisa in cui sono ancora presenti i reperti di Spinazzola, ceramica impressa, non ancora restituiti alla città ma da questa nemmeno reclamati.
Altamura ha sempre fatto da “asso pigliatutto”. Questa nuova documentazione fotografica aggiunge al già corposo elenco di reperti in custodia altrove, altro patrimonio di Spinazzola che è tempo che ritorni alla città. Così come dove possibile si prosegui nelle campagne di scavo che hanno portato alla luce la Villa Romana in località Santissima, il villaggio dell’Età del Bronzo tanto nell’area castello che alla Rocca del Garagnone, quello del Neolitico a Grottelline, nonché per citare l’ultimo in ordine di tempo, il sito delle incisioni su roccia nel riparo del “Cavone” datato all’Età dei Metalli.
Tutto questo oltre ad essere storia è anche futuro per la città e da queste parti la necessità di crearne uno solido è diventato fatto urgente e necessario. Anche per i più profani le fotografie indicano ancora una volta che il territorio di Spinazzola è interessato da siti di diverse epoche, tutti di rilievo come la presenza dei fossili. Senza il ritorno delle sue testimonianza Spinazzola viene privata di un bene importante. Non può esserci altra città se non quella dei ritrovamenti a parlare del suo passato. La «R6» va completata, ma qualcuno si chieda cosa è successo e perché nel costruirla si è proceduto senza nessun rispetto dei luoghi.

giovedì 30 agosto 2012


ENERGIA E AMBIENTE
IL CASO CONTRADA «PODICE»
INTERESSI CONTRASTANTI
Lo scontro, questa volta, è tra la proprietà dei terreni e le società che propongono progetti a tutto spiano
SEGNALAZIONE IN PROCURA
Il proprietario dei suoli ha segnalato tentativi di violazione della proprietà privata per la realizzazione della stazione elettrica
EOLICO, UN NUOVO BRACCIO DI FERRO
Spinazzola, tra i punti critici la valutazione di impatto ambientale su un «cavidotto»
di Cosimo Forina
SPINAZZOLA. Niente più sviste e silenzi. Spira una brutta aria, quella delle osservazioni e intervento della Procura, per gli industriali del vento che intendono piazzare le loro pale eoliche. Utilizzando il territorio di Spinazzola e in particolare l’eventuale loro allacciamento alla Stazione Elettrica Terna più volte revocata in auto-tutela dalla Regione Puglia che si vuole costruire in contrada “Podice ”. Braccio di ferro tra la proprietà dei terreni, l’ing. Donato Cancellara e le società che avanzano progetti a tutto tondo. Le ultime osservazioni in ordine di tempo riguardano la procedura V.I.A. per un impianto eolico denominato “Castellani” di 75 MW della società WKN Basilicata Development PE2 S.r.l. che pur ricadente nella Regione Basilicata intende portare il suo cavidotto per la connessione a Spinazzola. La documentazione oltre ad essere stata inviata all’Ufficio Programmazione, Politiche Energetiche V.I.A. e V.A.S. della Regione Puglia, al Dipartimento Ambiente, Territorio e Politiche della Sostenibilità Ufficio Compatibilità Ambientale della Basilicata è giunta al Comune di Spinazzola, indirizzata al sindaco Nicola Di Tullio, all’arch. Vincenza Rotondella e al geometra Vittorio Patruno. L’ingegnere ricorda ancora una volta, di essere interessato e aver già segnalato alla Procura della Repubblica di Trani, inchiesta affidata pm Michele Ruggiero, di tentativi di violazione della proprietà privata per la realizzazione della presunta stazione elettrica 150/380 kV e come questa sia in violazione di legge, anche per la presenza del torrente Basentello. Ma come già fatto in altre osservazioni riguardanti altri progetti, l’ingegnere, evidenzia ancora il trascurato pericolo di incendi accidentali delle torre eoliche, oggetto di alcuni articoli anche della “Gazzetta”, recepiti dall’on. Elisabetta Zamparutti, radicale, che ha presentato a tal proposito un’interrogazione parlamentare. Ma questa volta Cancellara si spinge oltre nella sua analisi richiamando maggiore attenzione di chi siederà al tavolo della valutazione. Al punto due delle sue osservazioni si sottolinea: «Lo studio di impatto ambientale presentato dalla società WKN Basilicata Development PE2 S.r.l. riporta a pag.31 “Quadro di riferimento programmatico” a firma dell’ing. Giovanni Di Santo e dell’ing. Giuseppe Manzi entrambi dell’Ordine degli Ingegneri di Potenza, la seguente affermazione del tutto fuorviante: “il territorio di Spinazzola viene coinvolto marginalmente dalla realizzazione del parco eolico. In esso è prevista la realizzazione della Stazione Elettrica. di connessione, in entra-esce tramite nuovi raccordi sulla direttrice AAT “M atera- S. Sofia”». «Ciò che gli ingegneri Di Santo e Manzi definiscono “marginale” - scrive Cancellara - riguarda invece una enorme opera elettrica di capacità 1000MW a fronte dei 75MW di potenza dell’impianto eolico presentato dalla società WKN. Trattasi di un’opera elettrica che occuperebbe, tramite procedura espropriativa, le seguenti superfici: area stazione Terna: 76.496 mq, area per strada di accesso e scarico acque: 9.352 mq, area servitù connessione alla linea AAT “Matera - S. Sofia ”: 8.007 mq, area occupazione temporanea: 43.154 mq. La stazione elettrica in questione, di oltre 76 mila mq di superficie, prevedendo la realizzazione di 4 enormi trasformatori ATR da 250MW ciascuno, svariati fabbricati, piazzale in cemento armato, una selva di apparecchiature elettriche, sbarre e tralicci in acciaio, è un’opera elettrica tutt’altro che marginale come invece truffaldinamente affermano i giovani ingegneri progettisti». Ed ancora: «Alcuno studio di impatto ambientale viene presentato nonostante venga considerata la stazione Terna, in qualità di opera connessa, parte integrante del progetto presentato. Alcuno studio circa i problemi di cumulazione della stazione Terna con la miriade di sottostazioni elettriche di utenza, di migliaia di mq ciascuna, disseminate in adiacenza alla medesima in un area definita “area produttori” (così chiamata nelle tavole redatte dalla stessa Terna presenti nel progetto della società Wkn Basilicata Development PE2 S.r.l.)». Nelle 17 pagine di osservazioni quello che più viene marcato è la necessità di valutare l’insieme degli interventi che andrebbero di fatto a stravolgere l’intero territorio e il suo ecosistema.

ENERGIA E AMBIENTE CON UNA NOTA INVIATA NEI GIORNI SCORSI AL GOVERNO NAZIONALE

«Troppe imprecisioni» in campo anche il Comitato nazionale
l SPINAZZOLA. Il richiamo alla vigilanza su come vengono presentati i progetti non sono prerogativa del solo ing. Donato Cancellara che difende la sua proprietà. Proprio nei giorni scorsi «Il Comitato Nazionale contro fotovoltaico ed eolico nelle aree verdi» 8.000 cittadini aderenti, in una nota inviata anche al Governo, chiede che sulle “imprecisioni ” nei progetti eolici, fotovoltaici e sottostazioni elettriche: casuali o finalizzate a trarre in inganno gli esaminatori, intervenga la magistratura. Con: «punizioni severe sulle “imprecisioni ” e le irregolarità nella descrizione dei luoghi, le omissioni ed i falsi che si dovessero riscontrare nei progetti presentati per la richiesta di autorizzazione alla realizzazione di impianti industriali fotovoltaici ed eolici e relative opere connesse, comprese le sottostazioni elettriche». A cui si aggiunge la richiesta di: «smantellare gli impianti realizzati con i presupposti del tipo descritto e risarcire adeguatamente ogni e qualsivoglia tipo di danno arrecato». «Attingendo alla nostra esperienza – scrivono dal Comitato Nazionale - ci sentiamo di affermare e denunciare il fatto che alcuni dei progetti presentati dalle ditte per la realizzazione di impianti, in particolare quelli che noi abbiamo avuto modo di esaminare, non descrivono fedelmente la situazione dei luoghi. In pratica, invece di rappresentare fedelmente il territorio nei suoi aspetti migliori e più significativi, come vogliono le leggi esistenti, fotografano ciuffi d’erba secca e minimizzano le valenze dei luoghi, spesso non rilevando strutture, abitazioni e presenze umane. Senza rispettare le leggi e le buone norme della progettazione, semplicemente, ”sbadatamente ”, si utilizzano, da parte dei progettisti, cartografie non aggiornate... ed il gioco è fatto. Complice (involontaria o menonon sta a noi stabilirlo) la insufficienza e/o mancanza di adeguati sopralluoghi e controlli preventivi, capita che i progetti, anche a causa di questi “meri errori”, di inadeguati e puntuali riscontri su quanto dai proponenti dichiarato, vengano approvati, spesso senza che i cittadini lo sappiano, ed i lavori realizzati. Con buonapace dell’obbligo del massimo della pubblicizzazione e dell’obbligo del rispetto delle leggi in materia di protezione dell’ambiente in senso lato, uomo in primis: «Il richiamo ai controllori: “la valutazione di impatto ambientale ha la finalità di proteggere la salute umana, contribuire con un migliore ambiente alla qualità della vita. Una volta scoperti i danni arrecati ai paesaggi, ai territori, ai cittadini, alla loro salute ed ai loro beni, è troppo tardi, si può solo cominciare un calvario di cause costose, di umiliazioni, di rabbia impotente. Noi riteniamo che in uno stato civile non sia tollerabile che per “furbizia” di alcuni e mancanza di adeguati controlli da parte di altri, dei cittadini possano ritrovarsi impianti eolici e/o fotovoltaici industriali, con tutte le opere connesse, comprese le sottostazioni elettriche, addossati alle loro case, ed a causa di questi subire danni ingenti, non solo patrimoniali ma anche esistenziali, che all’estero ormai riconoscono e risarciscono». Queste le proposte del Comitato: «gli obblighi di produzione di energia da fonti rinnovabili debbano essere assolti tramite micro impianti diffusi, per autoconsumo, installati là dove si consuma energia, con proventi a favore effettivamente della popolazione, che inducano vero sviluppo con la nascita di aziende locali. Ma, poiché siamo invasi da impianti industriali già realizzati e sommersi da richieste di nuove realizzazioni, chiediamo che il Governo stimoli le Procure interessate ad indagare approfonditamente a campione e/o specificamente in caso di segnalazioni su impianti realizzati o in istruttoria, affinché laddove vi siano irregolarità o si riscontrino danni ambientali in corso o tentati, si prendano gli opportuni provvedimenti. Per noi questi sono la inesorabile bocciatura in caso di istruttoria in corso e lo smantellamento con ripristino dei luoghi ed il risarcimento dei danni per impianti realizzati». Infine: «per gli impianti industriali eolici e fotovoltaici venga assolutamente abrogata l’automaticità approvazione-dichiarazione di pubblica utilità, urgenza ed indifferibilità, per il semplice motivo che la utilità è per pochi ed il danno per tutti i cittadini, in particolare per quelli prossimi a tali impianti. Come norma di carattere generale da emanare con urgenza, in attesa che si faccia quanto con forza chiediamo, riteniamo si debba introdurre da subito la prescrizione di distanze impianti-strutture, tali da rendere nulli i disagi, i pericoli, i danni alla salute degli esseri viventi e le svalutazioni dei beni dei cittadini».

giovedì 9 agosto 2012




Immigrati nei campi stanno arrivando ed è già emergenza
di COSIMO FORINA
SPINAZZOLA - Tra poco più di un mese, passata la festa patronale, chiusi gli ombrelloni sulle spiagge, ripartiti gli emigranti, bruciate come da cattiva abitudine le stoppie, le braccia a cui è negata ogni dignità torneranno. Perché i campi di pomodoro ora verdi saranno giunti a maturazione con il prezioso oro rosso da raccogliere. Un anno fa la cronaca registrava che oltre 70 lavoratori stagionali si erano accampati abusivamente, senza luce ed acqua, senza servizi, in una vecchia masseria in abbandono nel territorio di Spinazzola. Per tetto alcune tende canadesi, altre improvvisate, un copertone rivolto verso la Mecca per poter pregare, se non altro per mantenere un rapporto con il proprio Dio visto che con gli uomini questo risultava difficile. Come paga corrisposta: un tanto a cassone da riempire dall’alba al tramonto, oppure 4 euro all’ora, a volte 4,50 euro quando la raccolta del pomodoro, in alcuni casi di peperoni, è fatta ancora a mano e non con le macchine.
Quella condizione disumana, ignorata, che purtroppo si ripete ogni anno nelle nostre campagne, solo perché raccontata dalla “Gazzetta” diventò scandalo. Sufficiente per richiamare qualche emittente televisiva, sindacalisti del territorio e alcuni giunti da Roma, i quali davanti ai microfoni levarono forte la loro voce. A cui si aggiunse, in buonafede, qualche consigliere comunale che “promise” almeno l’arrivo di un autobotte per assicurare l’acqua potabile. Le braccia, per lo più di giovani, del Burkina Faso, Mali, Costa D’Avorio, Ghana e Sudan, con dignità ed un sorriso non nascosero nulla ai cronisti. Nemmeno il pizzo pagato al caporale di turno. E proprio da questi ultimi a chi era con macchina fotografica e taccuino giunse l’invito a levare senza mezzi termini i propri tacchi dalla masseria.
In ognuna delle storie raccolte c’era alla base la capacità di accettare, nonostante tutto, ogni sopportazione. Perché quel lavoro pur sottopagato, quel denaro, poco, rappresentava la possibilità di assicurare la sopravvivenza delle proprie famiglie rimaste nelle terre di origine. Dove la miseria è tanto amara e vera da non poter essere nemmeno immaginata nel civile occidente opulente. Andando via gli stagionali lo scorso anno, dopo che la raccolta dei campi si era conclusa, le luci della ribalta spente, dopo aver ripulito il luogo, sulla porta della masseria lasciarono questa scritta rivolta al proprietario dell’immobile: “Grazie Padrone”. Perché, stando al sentimento percepito da quegli uomini, il “padrone buono” aveva tollerato la loro presenza senza richiedere lo sgombero forzato come successo nella vicina Basilicata.
Ma tra poco più di un mese gli stessi lavoratori o altri assoggettati al bisogno torneranno a spaccarsi la schiena nei campi. E sarà difficile, assicuriamo sin da ora, ignorare la loro presenza. L’auspicio di quella brutta condizione dello scorso anno, fu che non doveva più ripetersi e che bisognava organizzarsi per tempo affinché si potesse assicurare decoro a questi lavoratori. Fino ad oggi però, mentre i campi di pomodoro e peperoni crescono rigogliosi nessun tavolo tecnico risulta essere stato convocato.
Ed il rischio che la vergogna si ripeti appare sempre più vicino e concreto. Ecco perché diventa necessario che gli operatori agricoli che utilizzano questi lavoratori, associazioni, i sindacati, lo stesso Comune di Spinazzola e altre istituzioni a partire dal prefetto, assumano degli impegni tangibili. Aver ricordato i giorni dello scorso settembre mira a scuotere gli animi affinché prevalga il valore dell’accoglienza e quello di assicurare dignità e non solo l’egoismo bisogno di veder assicurato il raccolto. Agire prima che il rosso dei pomodori non vada a confondersi con quello delle facce del perbenismo fatto scattare ad orologeria dopo aver gridano ad altro scandalo, è atto dovuto. Affinché nessuno potrà dichiararsi non responsabile senza aver fatto nulla per evitare condizioni di abbandono.




giovedì 26 luglio 2012


ENERGIA ALTERNATIVA
I rischi e gli eccessi.
L’On. Zamparutti: “la loro istallazione deve essere prevista soltanto nelle aree industriali”
L’Ing. Cancellara: “Nelle zone agricole andrebbero interdetti per evitare ogni rischio”
Pale eoliche, richiesto lo stop nelle aree agricole
Interrogazione parlamentare sul rischio incendio
Cosimo Forina
Spinazzola. Ed il pericolo incendio delle torri eoliche finisce all’attenzione del Governo con l’articolo pubblicato dalla “Gazzetta” il 24 luglio: “Ecco i rischi delle pale eoliche”.
La motivazione: quella di porre nuove regole e veti all’insediamento industriale di queste macchine per la produzione di energia elettrica in aree agricole. A trasmettere copia della sua interrogazione parlamentare l’on. Elisabetta Zamparutti del gruppo dei Radicali. Già prima firmataria di altra interrogazione relativa alle procedure adottate per la realizzazione delle stazioni elettriche Terna (entra-esci) dove vengono allacciati gli impianti che producono energia da fonte rinnovabile ed immessa nella rete nazionale. Tra le altre la discussa stazione di Spinazzola oggetto di indagine della Procura di Trani che si intendeva attuare in contrada “Podice” bloccata in auto tutela dalla Regione Puglia.
L’articolo riporta alcune delle osservazioni depositate dall’ing. Donato Cancellara proprietario dei terreni dove si vuole costruire la stazione elettrica, in sede di Valutazione di Impatto Ambientale, tanto alla Regione Puglia che alla Provincia Barletta-Andria-Trani, relative a progetti di impianti da realizzarsi in agro di Spinazzola, società Nextwind S.r.l., denominati “Spinazzola_MassLucia”e “Spinazzola_Florio”. Anche questi da allacciare in contrada “Podice”. Nelle analisi, le cui perplessità sono estendibile a tutti i nuovi progetti di eolico ed a quelli già esistenti, si solleva non solo il pericolo della rottura accidentale delle pale, già ampiamente documentata come casistica, con getto di frammenti delle parti rotanti, ma anche il rischio possibile e non escludibile di incendio di queste e degli aerogeneratori. Un dato quest’ultimo non preso in esame pare in modo dovuto fin ora, ma ampiamente documentato in un dossier di fotografie e video attinte dal sito web inglese (http://www.windbyte.co.uk/safety.html). L’ing. Cancellara solleva il dubbio che gli impianti industriali eolici, così come avviene, possano essere collocati con disinvoltura in aree agricole e coesistere con le attività in esse praticate. A rischio: territorio, ambiente, paesaggio, e sopratutto l’incolumità delle persone, specie degli operatori agricoli. L’equazione è molto semplice ed a spiegarla è lo stesso ingegnere: “come avviene per i campi fotovoltaici anche quelli eolici, al fine di evitare ogni rischio andrebbero recitanti ed interdetti quando le macchine sono in funzione. Non essere collocati su terreni agricoli non abbandonati e quindi luogo di lavoro per coloro i quali conducono il fondo. Così come per i mega-impianti fotovoltaici in area agricola, l’accesso agli incentivi è consentito solo nel caso in cui i terreni siano abbandonati, così dovrebbe accadere per gli impianti eolici industriali. In tal modo si salvaguarderebbe l’incolumità delle persone e si potrebbe circoscrivere l’area dell’impianto in funzione dell’area del fondo agricolo abbandonato”.
Sul rischio incendio, questi alcuni dei passaggi salienti delle osservazioni del Cancellara riportati nell’interrogazione della Zamparutti: “non viene considerato l’altrettanto delicata questione secondo la quale il distacco di tali elementi rotanti potrebbe avvenire anche in seguito ad un incendio dell’aerogeneratore la cui probabilità di accadimento non è trascurabile così come per tutte le apparecchiature elettriche”. Ed ancora: “qualora gli impianti eolici presentino aerogeneratori che insistono su territori agricoli si porrebbe il problema d’incendio nel caso in cui le culture, come spesso accade, siano cerealicole e la presenza disseminata di apparecchiature elettriche, potenzialmente incendianti, aggraverebbe il rischio di incendio per tutto il periodo estivo che va dalla raccolta del prodotto coltivato fino all’imballaggio della paglia quale prodotto altamente incendiante”.
L’on. Zamparutti ha chiesto al Ministro dell’Ambiente e al Ministro dello Sviluppo economico: “se e quali iniziative il Governo intenda promuovere affinché, analogamente a quanto fatto in merito all’esclusione delle aree agricole dall’installazione di fotovoltaico, di stabilire che l’installazione degli impianti eolici possa avvenire esclusivamente in aree a destinazione industriale appositamente scelte ed individuate, nelle quali si vada a circoscrivere l’impianto evitando che i rischi possano interferire con l’ambiente e con l’uomo”. Una vera rivoluzione che porterebbe alla fine dell’eolico selvaggio nelle aree agricole dove si è costretti a convivere: senza regole, in continua devastazione ed ora anche in consapevolezza non poco pericolo, con i giganti di acciaio alti anche 140 metri come grattacieli di 40 piani, rotori, pale della grandezza di un Boeing 747 mosse dal vento.

martedì 24 luglio 2012

Gazzetta del Mezzogiorno- Edizione Nord barese 24 luglio 2012
Spinazzola L’energia del vento
NUOVA FRONTIERA
Una “nuova frontiera” sui pericoli prodotti all’esame in sede di Valutazione di Impatto Ambientale
LE OSSERVAZIONI
Le osservazioni si aggiungono alle note perplessità per i danni paesaggistici e ambientali prodotti da impianti industriali eolici




“ ECCO I RISCHI DELLE PALE EOLICHE”
L’ing. Cancellara presenta nuove carte allaRegione

di Cosimo Forina
Una nuova frontiera sui rischi prodotti dalle torri eoliche. Inedite osservazioni sono state presentate in sede di Valutazione di Impatto Ambientale alla Regione Puglia e alla Provincia Barletta-Andria-Trani per progetti di impianti da realizzarsi in agro di Spinazzola, società Nextwind S.r.l., denominati “Spinazzola_MassLucia”e “Spinazzola_Florio”. Oggetto non solo il rischio della rottura accidentale delle pale, con getto di frammenti delle parti rotanti, ma anche quello poco considerato degli incendi. Le osservazioni si aggiungono alle note perplessità per i danni paesaggistici e ambientali prodotti da impianti industriali eolici: inquinamento da rumore, sull’avifauna, in aree protette di pregio e agricole. A presentarle l’ing.Donato Cancellara proprietario dei terreni su cui si vuole costruire la Stazione Terna, (entra ed esci) 150/380 kV, suolo agricolo da occupare 75.000 mq di superficie più opere accessorie, da dove collegare alla Rete di Trasmissione Nazionale (RTN) denominata “Matera-S.Sofia” gli impianti eolici richiesti sul territorio ivi compresi quelli della società Nextwind. Una selva. Un opera già oggetto di annullamento in autotutela da parte del Servizio Energia della Regione Puglia per interferenza paesaggistica dell’insediamento con il Torrente Basentello, dopo che era giunto il diniego della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Bari. E su cui verte una inchiesta da parte della Procura di Trani e una interrogazione parlamentare presentata dal gruppo dei Radicali, prima firmataria l’On. Elisabetta Zamparutti. Nella sostanza viene evidenziato che nell’ambito di una VIA, pur considerando la gravissima questione dell’eventuale distacco di elementi rotanti e di sue porzioni al fine di tutelare il Territorio, l’Ambiente, il Paesaggio, si deve tener conto anche dell’Incolumità delle persone. L’ingegnere infatti sottolinea: “non viene considerato l’altrettanto delicata questione secondo la quale il distacco di tali elementi rotanti potrebbe avvenire anche inseguito ad un incendio dell’aerogeneratore la cui probabilità di accadimento non è trascurabile così come per tutte le apparecchiature elettriche. Si ritiene importante considerare la possibilità che si possano verificare incidenti di esplosione e lancio, da parte dei rotori degli aerogeneratori, di porzioni di pala o porzioni di navicella con l’aggravante di non essere inerti bensì incendiate e quindi essere possibili inneschi di incendio”. A supporto della sua tesi un dossier fotografico, che qui in parte si pubblica, tratto dal sito web inglese (http://www.windbyte.co.uk/safety.html). “Qualora gli impianti eolici presentino aerogeneratori che insistono su territori agricoli si porrebbe il problema d’incendio nel caso in cui le culture, come spesso accade, siano cerealicole e la presenza disseminata di apparecchiature elettriche, potenzialmente incendianti, aggraverebbe il rischio di incendio per tutto il periodo estivo che va dalla raccolta del prodotto coltivato fino all’imballaggio della paglia quale prodotto altamente incendiante”. “Le prevalenti cause, spiega l’ingegnere, di questi tipi di incidente sono abbastanza note e ricorrenti (avverse condizioni meteo, usura, difetti strutturali o più spesso, una coesistenza di queste cause). Si legge ancora nelle osservazioni: “È ben noto che tutti gli aspetti di sicurezza e prevenzione non posso e non devono essere sottovalutati nei pareri che le autorità competenti si accingono a rilasciare al fine di assicurare una sostanziale, e non solo formale, tutela del Paesaggio, dei Beni Culturali, dell’Ambiente nonché dell’Incolumità degli Uomini e delle loro attività produttive che nella fattispecie risultano essere prevalentemente connesse all’agricoltura e quindi alla conduzione di quegli stessi fondi sui quali insistono gli aerogeneratori con i rischi ad essi direttamente riconducibili”. “Tali aspetti di sicurezza non dovrebbero essere trascurati e quindi si chiede che venga innalzato il livello di attenzione sui rischi connessi al potenziale danno da incendio causato dal distacco di elementi rotanti o porzioni della navicella di un aerogeneratore che, nel caso in cui fossero incendiati, rappresenterebbero potenziali inneschi di incendio in un territorio prevalentemente agricolo”. Dopo aver ribadito che i terreni coltivati non sono luoghi disabitati bensì di lavoro per coloro che esercitano la professione di agricoltore e che questi non dovrebbero essere esposti a rischi, viene manifestato l’auspicio: che l’installazione degli impianti eolici possa avvenire esclusivamente in aree a destinazione industriale appositamente scelte ed individuate, nelle quali si vada a circoscrivere l’impianto evitando che i rischi, precedentemente esposti, possano interferire con l’ambiente e con l’uomo. Opportune precauzioni, quali la realizzazione di una area il cui suolo non sia esposto al pericolo incendio nonché il divieto di accesso all’area dell’impianto nel periodo di funzionamento degli aerogeneratori, permetterebbero di salvaguardare il Paesaggio, l’Ambiente e l’incolumità delle persone”. “A mio avviso conclude l’ing. Cancellara che con le sue note apre ad una notevole discussione in materia di insediamenti di torri eoliche, la scelta di siti agricoli, nel caso in cui le coltivazioni ivi praticate li rendono possibile fonte d’incendio, è del tutto inconciliabile con la disseminazione di aerogeneratori e dei rischi di incendio ad essi direttamente correlati”.






E IL TAR PUGLIA BLOCCA L’INVASIONE DELLE TORRI
Alcuni degli impianti che si volevano realizzare tra Spinazzola e Poggiorsini anche al Tar di Bari non hanno sortito il risultato sperato dagli industriali del vento. Il 27 giugno la Fri-EL S.p.A. ha depositato presso il TAR di Bari un ricorso contro il parere negativo del Servizio Ecologia della Regione Puglia nell'ambito della procedura V.I.A. per la realizzazione del progetto di un mega-impianto per la produzione di energia elettrica da fonte eolica da realizzarsi nel comune di Spinazzola denominato "Pilella" in località Serra Palomba di potenza complessiva 84MW, costituito da 28 aerogeneratori della Vestas V90 da 3 MW ciascuno con 90m di diametro. La Fri-El ha impugnato anche il conseguente diniego di autorizzazione del Servizio Energia della Regione Puglia chiedendone la sospensione. Tutto è stato respinto con apposita ordinanza cautelare emessa il 12 Luglio 2012 in camera di consiglio dal TAR di Bari. Il 28 giugno la Fri-EL S.p.A. ha depositato un altro ricorso impugnando analoghi provvedimenti relativi alla V.I.A. di un altro mega-impianto per la produzione di energia elettrica da fonte eolica da realizzarsi nel Comune di Poggiorsini di 79.20 MW costituito da 24 aerogeneratori da 3.3 MW ciascuno con 100m di diametro. Anche in questo caso la richiesta di sospensione al diniego della Regione Puglia viene respinta con un'altra ordinanza depositata sempre in data 12 Luglio presso il TAR di Bari. Ad oggi sono diverse le proposta di impianti, tutte pendenti in sede VIA, per le opportune valutazioni.

SCHEDA
Gli impianti richiesti
Questa la lista, probabilmente non esaustiva, dei progetti depositati presso il Comune di Spinazzola. Elenco presente nelle osservazioni dell’Ing. Donato Cancellara inviato in Regione e Provincia con cui si richiama ad una valutazione sull’impatto cumulativo delle torre eoliche che si vogliono insediare che andrebbero a snaturare ed a compromettere l’intera area:
impianto eolico denominato “ Casalini” di 37.5 MW della società Alisei Wind S.r.l.
- impianto eolico denominato “Piano di Cammera” di 37.5 MW della Castel del Vento S.r.l.
- impianto eolico denominato “Ariaccia” di 37.5 MW della società Andromeda Energy S.r.l.
- impianto eolico di 20 MW della società Quattordici S.p.A.
- impianto eolico di 81 MW della società Eolica Pugliese s.r.l.
- impianto eolico di 114 MW della società Sviluppo Energia S.r.l.
- impianto eolico di 84 MW della società Valore Energia S.r.l.
- impianto eolico denominato “Santissima” di 63 MW della società Eolica Spinazzola S.r.l.
- impianto eolico denominato “Santa Lucia” di 81 MW della società Eolica Spinazzola S.r.l.
- impianto eolico denominato “La Tufara” di 90 MW della società Guastamacchia S.p.A.
- impianto eolico denominato “Macchia Savuoco” di 39.6 MW della società Guastamacchia S.p.A.
- impianto eolico denominato “S. Lucia Nord” di 48 MW della società Guastamacchia S.p.A.
- impianto eolico denominato “S. Lucia Sud” di 48 MW della società Guastamacchia S.p.A.
- impianto eolico denominato “Minerva” di 111 MW della società Guastamacchia S.p.A.

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lunedì 25 giugno 2012




STORIA E SOCIETÀ
UNA VICENDA RISCOPERTA
ANTEPRIMA A BARI
L’opera di Fabrizio Galatea sarà presentata in anteprima a Bari il 6 luglio, alle 18, nel Cineporto di Puglia-Fiera del Levante
CRISI DEI MISSILI A CUBA
La vicenda, sconosciuta alle nuove generazioni, si verificò negli anni della Guerra fredda tra Usa e Urss
«JUPITER», LA MURGIA IN PRIMA LINEA
In un film lo scenario della guerra fredda con i missili nucleari installati a Spinazzola
COSIMO FORINA
SPINAZZOLA. La storia degli “Jupiter ” sulla Murgia, i missili a testata nucleare cento volte più potenti della bomba sganciata su Hiroshima e Nagasaki, puntati all’inizio degli anni Sessanta dagli americani contro i Paesi del blocco sovietico, tre quelli nella base di Spinazzola, è ora racchiusa in un film documentario della Zenit Arti Audiovisive di Torino: «Murge il fronte della guerra», regia di Fabrizio Galatea. Anteprima a Bari il 6 luglio, alle 18, nel Cineporto di Puglia-Fiera del Levante, Lungomare Sparita. La vicenda del tutto ignorata dalle nuove generazioni, ripercorre i momenti di quando quegli strumenti di offesa incalcolabile furono posti pronti al lancio ed il mondo fu ad un passo dalla terza guerra mondiale. «Nel I962 - la ricostruzione fatta dalla produzione - con la crisi di Cuba il mondo vive il più drammatico momento della storia recente: l’incubo di una guerra atomica. Inaspettatamente il fronte della guerra fredda si sposta nelle Murge. Sulle aspre colline argillose di Puglia e Basilicata, i profili dei missili nucleari Jupiter minacciano un paesaggio popolato da inconsapevoli pastori e braccianti. Questa terra dimenticata diventa teatro degli scontri tra Stati Uniti e Unione Sovietica». Nel film spiega Nichi Vendola: «il '900 è stato il terreno in cui in forme tragiche, in forme eroiche, talvolta in forme comiche la grande e la piccola storia si sono incontrate». «Murge, il fronte della guerra fredda» racconta questo straordinario incontro: da una parte la Murgia, terra arida popolata da braccianti poveri e rassegnati, paesi disseminati nei quali l’unica possibilità di riscatto è nella lotta per le proprie terre e nell’adesione al partito comunista; dall’altra lo scenario della grande politica internazionale, teatro della guerra fredda, nella quale l’Italia cercò di ritagliarsi un ruolo da protagonista. Ed ancora: «vettori di questo incontro i giovani militari italiani inviati nelle basi per i quali i sentimenti si mescolano in una soluzione catartica: il sogno americano accarezzato durante il corso di formazione in Nevada, l’orgoglio per essere i custodi dello scudo contro la minaccia sovietica, la coscienza di essere i potenziali esecutori materiali di una catastrofe planetaria. Il momento culminante di questo incontro è la crisi di Cuba nella quale, grazie alla preziosa testimonianza di Ettore Bernabei scopriamo il decisivo ruolo che ebbe l’Italia nella risoluzione del momento più drammatico del secolo scorso. Bernabei, che nei giorni della crisi si trovò casualmente a Washington ricorda: «Fanfani rispose subito con una lettera in cui faceva una proposta: la proposta italiana era che gli Stati Uniti si impegnavano a ritirare dalla Puglia i missili con testata atomica, l’Unione Sovietica smantellava le postazioni missilistiche che a Cuba l’Unione Sovietica aveva messo contro gli Stati Uniti. Se il presidente Kennedy avesse accettato questa proposta probabilmente c'era la possibilità di evitare il peggio».
Quelle garitte che spuntano dal terreno carsico testimoni del rischio di una catastrofe nucleare
Da Gioia del Colle a Mottola, da Spinazzola a Irsina la mappa dei silos con gli ordigni nucleari
Ancora oggi percorrendo la Sp230 che da Spinazzola porta verso Gravina, li dove la strada si incrocia con la Sp138 detta del Cavone a confine del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, è possibile notare le garitte della base militare dove furono piazzati i missili Jupiter. Con “Google maps” si può addirittura guardare dall’alto la composizione dell’area, una struttura rimasta quasi integra, come i punti dove i vettori di morte erano stati collocati. Per oltre quarant’anni, i terreni sono rimasti incolti ed hanno mantenuto vincolo di servitù per poi essere ceduti dal demanio pare ad agricoltori locali. Sono passati cinquant’anni da questa storia dimenticata che ora torna attuale con il film documentario “Murge il fronte della guerra”. Per il regista Fabrizio Galatea che questa vicenda ha voluto raccontare, essenziale è stato l’incontro con gli ultimi testimoni di quei giorni, con quanti ne hanno parlato, scritto, raccolto prove. Tra il 1960 e il 1963 Spinazzola ospita tre delle trenta testate nucleari istallate in Puglia, di potenza distruttiva cento volte superiori a quelle che rasero al suolo Hiroshima e Nagasaki, puntate durante la guerra fredda contro i paesi satelliti dell’Unione Sovietica: Albania, Romania e Bulgaria. Una potenza distruttiva, quelle delle bombe H, montate su missili Jupiter ognuna paragonabile a 50 milioni di tonnellate di tritolo. Le trattative per la loro istallazione, riporta il prof. Giorgio Nebbia in un suo saggio: «Furono rigorosamente segrete tra il governo Americano presidente Eisenhawer e il governo italiano e durarono a lungo, non certo per ottenere garanzie sulla sicurezza per il popolo italiano, ma per cercare di spillare più quattrini dagli americani in cambio di questa nuova servitù». Le città coinvolte: Gioia del Colle, dove fu istallato il quartier generale e poi Spinazzola, Gravina, Acquaviva delle Fonti, Altamura, Irsina, Matera, Laterza, Mottola. I dettagli di come si sfiorò l’apocalisse con quegli ordigni nei documenti segreti militari, resi disponibili e raccontati dal prof. Leopoldo Nuti, dell’Università Roma Tre, in vari articoli. Utilizzati nel libro di Philip Nash “Missili di ottobre ”pubblicato dall’Università della North Caroline. In quelle basi, si legge nei documenti dello JCAE (il comitato congiunto per l’energia nucleare, Joint Committee on Atmic Energy) vi fu il rischio concreto di esplosione nucleare accidentale. Gli scienziati americani dello JCAE in una loro ispezione rimasero esterrefatti per la trascuratezza dei sistemi di sicurezza tanto che il 15 febbraio del 1961 veniva inviato al presidente degli Stati Uniti John Kennedy un resoconto segreto delle ispezioni e il 5 luglio 1962 il presidente stanziava 23,3 milioni di dollari (una cifra esorbitante a quei tempi) per creare maggiore sicurezza. Fu messo a punto, il sistema PAL (Permissive Action Link, adottato per i sottomarini nucleari solo nel 1997), allo scopo di evitare esplosioni accidentali o non autorizzate. Quattro gli incidenti quando i missili furono colpiti da fulmini. Ma il parlamento italiano non ne è mai stato informato, come del resto la popolazione pugliese. La crisi nell’ottobre del 1962 segnò la fine delle basi, quando gli americani scoprirono che navi sovietiche stavano trasportando dei missili nucleari a Cuba e Kennedy minacciò la guerra contro l’Urss se le navi fossero arrivate nell’isola caraibica. Si giunse ad un passo dalla terza guerra mondiale che non avrebbe escluso l’uso delle armi nucleari. Frenetici i contatti tra Kennedy e Krusciov, poi l’intervento di Papa Giovanni XXIII: alla fine le navi sovietiche tornarono indietro e l’America si impegnò a ritirare i trenta missili Jupiter dalla Puglia e gli altri quindici installati in Turchia che scomparvero così come giunsero in assoluta “segretezza”. In seguito a questi avvenimenti Papa Giovanni XXIII nell’aprile del 1963 consegnò al mondo la sua enciclica “Pacem in Terris” monito e indirizzo morale per la convivenza tra i popoli. Nei più giovani di Spinazzola non vi è traccia di un racconto tramandato dai propri padri, probabilmente perché non vi è mai stata coscienza e conoscenza nella popolazione del pericolo.
Il film
Tutti i protagonisti della pellicola

Il film prodotto da Massimo Arvat, si è avvalso della fotografia Francesco Di Pierro del montaggio Marco Duretti, direttore di produzione Emanuela De Giorni, suono Vincenzo Urselli, musica Fabio Viana. Assistente di produzione Francesca Portalupi, assistente operatore Valentino Curlante. Partecipazione di: Ettore Bernabei, Pasquale Bruno, Vita Maria Calia, Luciana Castellina, Piero Castoro, Renato Cecchetti, Giovanni Battista Cersosimo, Domenico Notarangelo, Leopoldo Nuti, Gianbattista Papangelo, Onofrio Petrara, Alfredo Reichlin, Nicola Vendola, Vladislov Zubok.
Ringraziamento particolare è espresso all’Associazione “Il Salto” Deborah Sorrenti e Paolo Tritto.
Ed a: Antonella Testini, Peppino Vasco, Pasquale Doria, Lorenzo Monteleone, Gelsomina Centore,
Francesco De Palo, Cosimo Forina, Centro Studi Torre di Nebbia, Nicola Aduasio, Antonio Mariani, Mimmo e Raffaele Scialpi, Roberto Salinas, Paolo Covella, Vincenzo Celletti, Giuseppe Schinco, Angelo Buono, Ciacco b&b, Ristorante l’Ancora, Marco Moramarco, Alice Gatti, Daniele Basilio, Raffaella Del Vecchio, Paolo Manera, Daniele Segre, Gianvito Caputo, Francesco Dinolfo

lunedì 4 giugno 2012

DISCARICA A SPINAZZOLA «STOP A GROTTELLINE PER IL LAGO ARTIFICIALE»
di Cosimo Forina
SPINAZZOLA - Serve una nuova procedura di Valutazione di Impatto Ambientale sulla discarica che l’Ati Tradeco-Gogeam vuole costruire a “Grottelline”. Tanto è stato stabilito dall’assessorato all’ambiente guidato da Lorenzo Nicastro dopo che ci si è accorti che il fascicolo cartaceo di Grottelline era svanito nel nulla negli uffici della Regione, poi ricostruito con documentazione presente nel Comune di Spinazzola. Non molto, visti i tanti atti pervenuti in Regione in questi anni, ma sufficiente per far convocare al dirigente Antonello Antonicelli prima un tavolo tecnico e poi una nuova procedura VIA dopo che, dalle colonne della “Gazzetta”, si è evidenziato che nella parte della cava coibentata con i primi lavori, poi fermati dal primo sequestro operato dalla Procura di Trani nel 2008, pm Michele Ruggiero, si è creato un copioso lago non attribuibile alla sola azione della pioggia.
La sostanza naturale, come dimostrano fotografie e filmati, proviene dalla tracimazione della lama presente lungo il bordo della cava. Quell’acqua a carattere torrentizio oggi sembra preoccupare la Regione, come il dissesto idrogeologico verificatosi nella cava, già evidenziato nel 2008 dal Comune di Poggiorsini. Ancor prima la Sovrintendenza in alcune sue relazioni del 2004-2005 e l’Asl Bat/1 nel 2007. Nella relazione tecnica dell’Ing. Mario Torriello e del geometra Vincenzo Del Vecchio dell’uf ficio tecnico di Poggiorsini, inviata alla commissione VIA in sede di variante del progetto della discarica e dell’impianto di biostabilizzazione previsto a Grottelline, approvata dall’Ato Ba/4 e dal Comune di Spinazzola, presidente-sindaco Carlo Scelzi, si osservava: «tutta l’area rientra in ambito esteso di valore relativo D del PUTT/P, sottoposta a vincolo idrogeologico. Nell’elenco delle acque della Provincia di Bari risulta censito nelle immediate vicinanze del sito in questione il corso Acqua (località Grottellini) n° prog. 608, foglio 142, in agro di Spinazzola e foglio 7 in agro di Poggiorsini.
Nell’elenco delle grotte della Provincia di Bari risulta censita la “Grotta delle cave». Ed ancora: «l’area in questione è tutta caratterizzata dalla presenza di “lame” e “g ravine”, causate dall’erosione superficiale sotto l’azione della acque meteoriche, nonché di cavità e canalicoli dovuti a fenomeni di “erosione sottocutanea”, dovute quindi agli effetti delle infiltrazioni di acque nel sottosuolo poroso. In particolare sul lato est dell’altopiano è presente una profonda incisione carsica di profondità variabile tra 13 e 18 m, su cui si affacciano numerose grotte ricavate lungo i fianchi dello strapiombo».
«Tali lame - prosegue la relazione - fanno parte del complesso ed articolato sistema di canali e ruscelli tributari del torrente Roviniero, che scorre a sud a valle dell’area, e le cui acque vengono convogliate verso la Diga di Serra del Corvo sul torrente Basentello, distante circa 6,50 km dal sito dell’impianto, in agro di Gravina in Puglia. Trattasi di una diga in terra, al servizio delle aree irrigue e di soccorso per l’invaso di San Giuliano, sul fiume Bradano, di cui il Basentello è affluente. La diga è addirittura in continuità visiva con il sito dell’impianto». «Mentre, ricordano da Poggiorsini, l’evidenza del dissesto idrogeologico è stata inviata successivamente alla stessa commissione con altra puntuale documentazione». La nuova procedura VIA di fatto conferma che per Spinazzola la questione discarica non si è affatto conclusa.
UNA STORIA DI FASCICOLI E DI DOCUMENTI SPARITI
Queste alcune delle strane sparizioni di atti relativi all’impianto-discarica di Grottelline.
Nel febbraio 2006, a non trovarsi nel Palazzo di Città sono le relazioni della Soprintendenza che descrivevano il sito di Grottelline di interesse archeologico, naturalistico e paesaggistico. Questi documenti vengono consegnati in copia dalla responsabile della Soprintendenza di Gravina Giuseppina Canosa al commissario prefettizio Mariannina Milano. Con questa documentazione la Milano chiede a Nichi Vendola di ubicare la discarica in altro sito.
Nel 2007, nella procedura VIA il progetto presentato esclude parte della cava, tra cui la particella 144 attigua al sito Neolitico scoperto dall’Università di Pisa. La stessa particella riapparirà in fase di esproprio dei terreni.
Agosto 2008: la procura di Trani pm Michele Ruggiero sequestra l’area di Grottelline Novembre 2008. A sparire è la memoria del computer dell’assessorato all’ambiente della Regione Puglia che conteneva le valutazioni di impatto ambientale di Grottelline, dell’Ilva di Taranto e di altre attività di estremo interesse ambientale. La denuncia del furto viene presentata dall’assessore all’ambiente della Regione Michele Losappio. L’on. Pierfelice Zazzera presenta una interrogazione parlamentare. Il Governo, sentito il Comando Carabinieri di Bari, risponde che il furto è esclusivamente attinente a Grottelline.
Aprile 2012. Dopo gli articoli della Gazzetta per la formazione di un lago che si è creato nella cava di Grottelline all’assessorato all’ambiente della Regione Puglia scoprono che i documenti cartacei relativi al progetto dell’impianto-discarica sono introvabili. Dagli uffici della Regione si chiede copia del fascicolo presente nel Comune di Spinazzola.
Maggio 2012. Indetta una nuova procedura VIA sull’impianto-discarica di Grottelline